Lasciamo il nostro campo di Tempèra, località San Biagio, venerdì 10 aprile verso le 18 con il cuore stretto in una morsa, la gola piena di polvere ed un gran freddo nelle ossa. La sensazione, sicuramente sbagliata, è quella che ti porta a chiederti “Ce la faranno senza di noi?”. Dario, giovane comunista che si è occupato dei bambini e delle bambine con una tenerezza che poche volte mi è capitato di vedere, è rammaricato perché è stato costretto ad andar via prima del previsto. Roberto si è addormentato quasi subito. Ha prestato la sua opera in cucina ed ha guidato, da bravo scenografo qual è, una squadra di 12 alpini che hanno montato il tendone mensa di quasi 200 mq che ci hanno portato su Franco e Marco della cooperativa sociale Alba di Roma, che si occupa del reinserimento lavorativo di detenuti ed ex-detenuti. Alessio, che è stato ai fornelli con me, guida con ancora in dosso la pettorina delle Brigate di Solidarietà Sociale del Prc ed ogni tanto risponde a Dario per rasserenarlo ed intavola una discussione con me che gli siedo accanto. L’Aquila è alle nostre spalle e pian piano le tendopoli disseminate lungo la strada, persino quasi dentro un’area di servizio, spariscono. Il paesaggio muta il suo aspetto e si fa via via più dolce nei suoi tratti naturali. Il mio pensiero torna al lunedì mattina quando Marcolino, appena arrivato in direzione, mi chiede la disponibilità a partire per l’Abruzzo. La macchina organizzativa del dipartimento che si occupa della costruzione del partito sociale è partita. Si prendono contatti, si noleggiano i furgoni, ci si dividono i compiti. Alcuni vanno a caricare cucina, pentolame e gazebo, altri mettono a punto la logistica, a me tocca occuparmi dei primi approvvigionamenti. Appuntamento alle 19 davanti alla direzione. Mio figlio Nicola, 8 anni, mi aiuta a fare la spesa. Dopo un primo momento di lacrime, vede sfumare le sue vacanze pasquali e si raccomanda che io non corra rischi, si trasforma in adulto e mi chiede di partire con noi. Lo tranquillizzo, lo porto a casa, raggiungo i compagni. A via Giolitti mi accorgo di non aver preso nulla per la colazione del giorno dopo. Mi fermo presso un International store gestito da due bengalesi che capiscono l’uso che farò di quella merce e quasi non mi chiedono soldi. “E’ il nostro contributo” mi dice uno di loro accompagnandomi alla macchina. Partiamo. Quattro furgoni ed una macchina. Undici compagni in tutto. Io sono in macchina con Piobbichi. Ugone, Cristiano, Emiliano, Hamadi, Simone, Yassir, Marcolino, e due giovani compagni del Pdci con i furgoni. La Roma/L’Aquila è chiusa. Cambiamo percorso. Sbagliamo strada. Un lungo giro per ritrovare la giusta direzione. A metà strada, mentre sono alla guida, la macchina di Piobbichi comincia a fumare più di me. Siamo a secco d’acqua. Aspettiamo che il motore si raffreddi, aggiungiamo l’acqua, la macchina riparte. Destinazione Centi Colella, centro di raccordo per le prime operazioni di soccorso. Lungo l’ultima parte del tragitto superiamo la colonna della protezione civile della provincia di Roma e ci prepariamo ad uscire al casello L’Aquila Ovest. Numerosi tir sono in coda per parcheggiare lungo la strada. Entriamo in uno dei campi da rugby ancora vuoto e pieno di fango. Scendiamo. Un via vai continuo ed agitato di donne ed uomini spaventati. Un gruppo di scout distribuisce sotto un gazebo pasti precucinati. Alcuni, pochi, militari stanno montando un punto di erogazione di bevande calde. In due mega tendoni sono distribuite circa duemila persone. Molti di loro si aggirano con i cuscini sotto il braccio ed avvolti da coperte colorate. Alcuni di noi aiutano a scaricare sui camion i lettini della protezione civile dai container. Arriva uno di quelli che contano. Scambiamo qualche parola. Ci presentiamo. Offriamo disponibilità e collaborazione. Ci dice che non possiamo montare lì e che probabilmente dovremo andare via perché le nostre cucine non rispettano le normative sanitarie previste dall’haccp. “Ci sarà pure qualcos’altro da fare!” proviamo a dire. Ci vien detto di aspettare. Il freddo è pungente. Cerchiamo riparo nei furgoni. Qualcuno riesce a chiudere gli occhi per qualche minuto. Il freddo ferma il cervello e lo distrae. Alle 5 di martedì ci fanno scaricare dai furgoni il cibo ed i vestiti che avevamo portato. Dalle tende cominciano ad uscire per bere qualcosa di caldo. Prendono tutti gli indumenti, le coperte ed i piumoni che avevamo al seguito. Affianchiamo i militari e completiamo la colazione con fette biscottate e marmellata. Possibile che ci mandino via? Qui non c’è ancora nulla o quasi! Un giro di telefonate fatte da uno della protezione civile non so a chi, una discussione concitata tra noi, una fila interminabile per la colazione, un altro gruppo di militari arrivati nel frattempo che montavano una cucina da campo, un pallido sole che faceva capolino, il quadro nel quale arriva la notizia che ormai non aspettavamo più: si resta. Destinazione Tempèra. La nostra piccola, ma ben determinata, “colonna” si rimette in viaggio. Sono appena undici i chilometri da percorrere. Attraversiamo L’Aquila e ciò che si mostra ai nostri occhi non è bello. Proseguiamo decisi. Che fossimo giunti a destinazione non lo abbiamo capito subito. Di montato e visibile c’era poco. Abbiamo individuato l’area dove montare la cucina. Volti impauriti hanno cominciato ad avvicinarsi. Sono le 8. Ugo cerca senza successo l’allaccio dell’acqua. Montiamo lo stesso, in qualche modo faremo. La gente è digiuna da domenica sera. Facciamo una lista di ciò che serve con alcuni sfortunati residenti. Io, Hamadi ed Enzo, un anziano del posto, saltiamo su un furgone e partiamo per Teramo. Durante il viaggio Enzo piange e ci racconta la sua disperazione. Percorriamo con qualche timore la pancia del Gran Sasso (11 Km). Usciamo dall’autostrada prima di Teramo, ci hanno indicato un supermercato ancora fornito di tutto. Lo svaligiamo con l’aiuto di molti presenti e, caricato il furgone al limite delle sue possibilità, facciamo ritorno alla piccola frazione aquilana. Siamo attesi con impazienza. La cucina da campo è pronta, la gente ha fame. Sono le 13 circa. I compagni hanno allestito anche una tenda deposito per gli approvvigionamenti. Nella “marmittona” l’acqua minerale bolle. Cristiano prepara un sugo pomodoro e pesto. Intanto sia le tende che le presenze nel campo sono notevolmente aumentate. Sono finiti i primi 20chili di pasta. Da un campo a metà strada tra Tempèra e Paganica ci vengono chiesti altri 180 pasti. Non facciamo in tempo a soddisfare la richiesta che ne arriva un’altra da San Biagio “a noi ne servono 150” ed un’altra ancora da una cava dove si sono rifugiati in 40. Non so come, ma siamo riusciti a far mangiare tutti. Alcuni di noi, nel frattempo, sono tornati a Roma, hanno ricaricato i furgoni con i viveri e le coperte che da più parti sono arrivati presso la nostra direzione nazionale, e sono tornati al campo. Altri compagni e compagne ci hanno raggiunti. Dalla Toscana, dalla Campania, i giovani comunisti aquilani li abbiamo trovati sul posto. Allestiti nel frattempo numerosi centri di raccolta a Pescara, dove si centralizzerà il tutto. Arriva da Roma un camion della cooperativa sociale Alba che ci porta una tecnostruttura per la mensa. Di giorno fa un gran caldo. La notte si arriva a -5. in poco tempo siamo in grado di fornire ad oltre 800 persone, colazione, pranzo e cena. L. R., responsabile di zona della protezione civile, ci da carta bianca. Non abbiamo vincoli gerarchici né di procedura possiamo agire velocemente e velocemente risolviamo i problemi che si presentano. Presi i contatti con i funzionari della Regione e con il comando operativo della protezione civile, abbiamo, per quanto di nostra competenza, la situazione sotto controllo. Siamo montando il tendone per la mensa, quando ci si annuncia l’arrivo di una colonna piemontese attrezzata con una signora cucina e pronta ad erogare 1200 pasti al giorno. Non ci chiedono di andar via. Ci fanno scegliere se restare a Tempera - Piano Pep (questo il nome della località) o spostarci a Tempèra – località San Biagio. La gente del posto ci chiede di restare. Abbiamo sviluppato anche una grande socialità. A malincuore, e per il loro bene (non sappiamo ancora se saremo in grado di reggere a lungo), decidiamo di spostarci. Sono arrivati intanto altri compagni e compagne dal viterbese, altri da Roma e da Avezzano. Da Vicenza. Tanti giovani. Un partito che mostra di essere in buona salute. Centinaia le telefonate per offrire la propria disponibilità a partire subito. Piobbichi è costretto a frenare. Dobbiamo attrezzarci su tempi lunghi. Montata la cucina a San Biagio e soddisfatti i bisogni primari, pensiamo ai bambini e alle bambine. Sono i più spaventati. Si organizza un asilo popolare, si monta un tendone per allestire una ludoteca. Da Rieti arrivano un medico e tre infermiere. Siamo operativi su più fronti. I rapporti con la gente del posto sono ottimi. Apprezzano quello che facciamo. Cercano di contribuire come possono. Alcune ci aiutano a pulire la verdura. Altri ci portano le uova fresche da cucinare ai bambini. Un quindicenne ci porta delle meravigliose trote. “A metà luglio facciamo la sagra delle trote…quest’anno…” “La faremo anche quest’anno”, replica un compagno che ha seguito la discussione. Non facciamo in tempo a pensare di organizzare il pranzo per Pasqua che arriva Lucia da San Benedetto del Tronto. Un vulcano. Energia allo stato puro. “I pescatori di San Benedetto ci hanno donato 700 chili di pesce, i cuochi e le cuoche dell’istituto alberghiero ce lo cucinano e ce lo fanno arrivare in una cella frigorifero. In ospedale ho raccolto quasi 2mila euro e ci faccio la spesa di carne per l’altro campo così non facciamo confusione”! Una solidarietà impressionante arriva da tutta Italia. E’ un partito in buona salute. E’ un partito che ha voglia di tornare protagonista in mezzo alla gente. La strada del rientro si accorcia al nostro passo. Siamo quasi sul raccordo anulare di Roma. Siamo sporchi da fare impressione. Nei campi manca ancora acqua calda e le docce chissà quando arriveranno. Betti ha preso le redini della cucina. Dal comando della protezione civile ci chiedono se abbiamo bisogno di pasti precotti. Con soddisfazione gli rispondo di no. Ci siamo organizzati autonomamente anche per avere pane fresco tutti i giorni. Ci hanno pensato i nostri compagni di Pescasseroli, che provvederanno anche alla grigliata per pasquetta. Scendo dalla macchina. Sono sotto casa. Saluto i compagni e mi accingo a salire. In questi giorni non ho chiuso occhio e non avverto ancora la stanchezza. I bambini mi corrono in contro. Marco che abita al piano sopra il mio, con orgoglio mi dice di aver raccolto quasi 500euro nella sua azienda e di averli affidati al nostro conto corrente. “Mi fido di Rifondazione” mi ha detto abbracciandomi. Non vedo l’ora di lavarmi. Entro nella doccia ma l’acqua calda che mi scorre addosso mi pulisce senza scaldarmi. Stride troppo con i -5 che anche stanotte, tra una scossa e l’altra annunciata dal latrare dei cani, geleranno chi è rimasto nelle tendopoli. Il giorno dopo, è sabato, chiamo i compagni al campo ed apprendo che un altro paese, Camarda, non è stato ancora raggiunto dagli aiuti. Ci hanno chiesto di intervenire. Sono quasi 400 persone. Un’altra cucina da campo viene prontamente montata e resa operativa da una nostra brigata di solidarietà sociale. Valerio, di Nettuno, guida la cucina. E’ un partito che gode ottima salute. Parto per Salerno. Ho promesso ai bambini due giorni fuori. Ricevo diverse telefonate dal comando operativo centrale per sapere se ci occorre nulla. Li ringrazio. Siamo in grado di fare da soli. Vado a cena da amici. Mauro è di Preturo; insieme organizziamo una brigata di parrucchieri che il 19 ed il 20 aprile partiranno da Salerno per raggiungere i nostri campi. Intanto una signora di Chieti mi telefona per avere notizie di parenti di cui ha perso le tracce. “Una curiosità: chi le ha dato il mio numero?” “Ho fatto il numero verde che hanno pubblicizzato…”. Gennaro Loffredo Resp. Naz. Scuola Prc - Se |